Su Di Battista, ISIS e la lotta al terrorismo

Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E’ triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.

(Alessandro di Battista, deputato M5S)

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E’ nella naturale essenza delle cose sintetizzare ampie argomentazioni per chiarirle ed esporle al grande pubblico, modificarle o omettere particolari fondamentali di un discorso è invece sbagliato, qualunque sia l’autore del pensiero che si sta riportando. Il caso di oggi: il celebre deputato del M5S pubblica sul blog di Beppe Grillo un’analisi politica su ISIS, terrorismo e guerre internazionali, cercando di trovare spunti e riflessioni che vengono dal recente passato fino ai giorni nostri. Nella spiegazione dell’attuale situazione attuale in Medio Oriente, in particolare a proposito dell’ISIS, il deputato ampia i suoi concetti e, in otto punti, cerca di farsi delle domande e dare delle proprie risposte su come uscire dalla crisi umanitaria e politica che sta nascendo in un territorio lontano, ma non troppo, da noi. Come mi faceva notare qualcuno su Facebook, nell’era dell’informazione se su dieci cose giuste si dice anche una ca**ata, si sa già che i media saranno pronti a dare ampio spazio sopratutto a quest’ultima, ignorando o mettendo in secondo piano tutto il resto, cosa che non ho intenzione di fare io.

Invitandovi prima di tutto a leggere integralmente la riflessione del deputato Di Battista (qui il link), vorrei riflettere su alcuni spunti da lui ripresi, sui quali penso di poter dare la mia opinione senza dover essere fuori luogo o parlare a sproposito, anche se d’altronde questo è lo sport nazionale dopo il calcio.

OCCORRE METTERE IN DISCUSSIONE LA LEADERSHIP AMERICANA
Come già scritto da Lorenzo Cremonesi sul “Corriere della Sera” qualche giorno fa e come analizzato nell’ultimo numero di Limes (qua potete trovare una sintesi di Gianni Cuperlo a riguardo), il mondo sta cambiando e gli equilibri geopolitici a cui siamo abituati da decenni non saranno probabilmente più gli stessi. La Russia e la Cina, dopo l’abbattimento del muro di Berlino, non sono scomparse, invece sono diventate sempre più grandi potenze in grado di influenzare nel bene e nel male la politica mondiale, opportunità fino a qualche anno fa ad appannaggio dei soli USA. Un’Europa in grado di saper leggere il presente ed anticipare il futuro dovrebbe aprirsi ad Est mantenendo ugualmente una stretta relazione con l’America, non privandosi tuttavia delle opportunità nascenti verso Oriente. Mettere in discussione la leadership americana non significa perdere i valori di democrazia, uguaglianza e welfare state tipici dell’Unione Europea, ma significa aprirsi verso nuove strade finora inesplorate.

L’ITALIA DOVREBBE SPINGERE VERSO UNA CONFERENZA DI PACE MONDIALE
Se più di dieci anni di guerra al terrore non sono serviti per estirpare le varie cellule sparse per il mondo e se appare ormai alla stragrande maggioranza della popolazione non solo italiana che i conflitti non servano per risolvere queste particolari situazioni, operarsi verso nuovi sbocchi, tra cui una possibile ed auspicabile conferenza di pace mondiale con tutti i soggetti in gioco, non è una bestemmia o una boutade grillina.

SE VUOI LA PACE LA SMETTI DI LUCRARE SUGLI ARMAMENTI
Se non esistessero le armi, gli uomini farebbero la guerra coi bastoni. Appurato questo, incentivare e vendere armi ad eserciti stranieri può avere un valore economico importante per il nostro Paese, ma tutto si ferma lì. Se si è favorevoli alla pace, lo si deve essere fino in fondo e sostenere che aiutando con armi una parte piuttosto che l’altra non porta automaticamente ad una soluzione del conflitto come auspicato, ma può aprire scenari inaspettati, come il recente caso della Libia.

TERRORISMO COME IL CANCRO: VA CURATO
Altro spunto interessante e, dal mio punto di vista, assolutamente condivisibile. Curare gli effetti del terrorismo a suon di bombe e mitragliatrici non porterà all’estirpazione del male, ma probabilmente lo renderà solamente più nascosto e quindi difficile da identificare e combattere. Come per il cancro, la miglior cura contro il terrorismo può e deve essere solo nella prevenzione, azione che dovrebbe essere svolta parimenti dai governi locali, dalle ONG e dall’ONU, con un progetto comune e solido a lungo termine.

TERRORISTA COME INTERLOCUTORE?
Veniamo adesso, per ultimo, al punto che ha fatto maggiormente discutere ed infuriare i social network ed i principali canali di informazione. Si può trattare con i terroristi? E’ auspicabile farlo? A mio personale parere, si. E mi spiego subito. La principale arma a disposizione dei terroristi non sono i loro attacchi mortali né tanto meno le loro potenziali “armate”, bensì i mass media e la comunicazione che possono generare a seguito di eventuali minacce o attacchi avvenuti. In breve, la forza del terrorismo non sta nell’uccidere centinaia di civili in attacchi kamikaze, bensì nel susseguirsi di notizie relative a questi episodi, che fanno circolare il terrore nei superstiti, che, nel mondo contemporaneo, non sono soltanto gli abitanti del luogo colpito, ma l’intera umanità. Stoppare questi attacchi è possibile? Con la guerra, si è visto, no. Perché non provare a farlo con il dialogo? Lo stesso deputato afferma, nel suo post, che si tratta di un’azione tutt’altro che facile, ma tuttavia necessaria. L’importante è ovviamente farlo con le dovute cautele e con la fermezza di ascoltare, senza tuttavia l’impunità o il dimenticarsi di chi si ha davanti. Togliere il più grande potere ai terroristi cercando di dialogare con loro potrà dare i frutti sperati? Non si può sapere, ma dopo tredici anni di morti e conflitti, forse è giunta l’ora di esplorare nuove possibili strade.

PS: Per intendersi, nel mio blog e stato non intendo che vorrei dialogare o confrontarmi con ISIS, ma che la strada del dialogo sia una possibilità da percorrere nella lotta ad alcuni casi di terrorismo o potenziali guerre.
Per quanto riguarda ISIS non credo sia possibile alcun confronto, non adesso quantomeno.
Vanno fermati, ma non possiamo fermarci al loro fermo. Occorre una visione che vada oltre la guerra e che non la ritenga la fine di un percorso, ma l’inizio di un cammino più ampio in cui a essere protagonisti debbano essere dialogo, progetti di pace e confronto (con la cittadinanza “buona” in grado di ricostruire una società civile).